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Inizia la scuola, ma non dimentichiamo la pandemia

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I primi (in Alto Adige) hanno già iniziato il 5 settembre. Gli ultimi (in Sicilia e in Valle d’Aosta) lo faranno il 19. Per quasi tutti gli altri bambini, però, il prossimo lunedì segnerà la ripresa della scuola. Un appuntamento come sempre atteso. Quest’anno di più, dal momento che anche tra i banchi si proverà a mettere la pandemia alle spalle. Sia chiaro: Covid-19 non è ancora un’emergenza passata. Ma la situazione epidemiologica attuale unita all’ampliamento delle soluzioni profilattiche (vaccino) e terapeutiche (antivirali) disponibili hanno indotto le istituzioni ad allentare la morsa delle misure di prevenzione.

Per la prima volta dopo due anni, infatti, quasi tutti gli studenti (dall’asilo alle secondarie di secondo grado) potranno andare a scuola senza la mascherina. Lo stesso dicasi per gli insegnanti e gli altri addetti ai lavori impegnati nei plessi formativi. Quello che è diventato il simbolo della lotta alla pandemia inizia dunque a farsi da parte nelle scuole. Non del tutto, perché l’Istituto Superiore di Sanità ne raccomanda l’uso (chirurgica o FFP2) da parte di bambini e insegnanti fragili e degli studenti “che non presentano febbre, ma che hanno sintomi respiratori di lieve entità e sono in buone condizioni generali”. Un aspetto che tiene conto della possibile associazione di queste manifestazioni all’infezione da Sars-CoV-2. E che tutela anche il diritto allo studio e alla socialità, dal momento che “il solo raffreddore è condizione frequente nei bambini e non può essere sempre motivo in sé di non frequenza o allontanamento dalla scuola, in assenza di febbre”, si legge nel vademecum da cui sono derivate le nuove disposizioni del ministero dell’Istruzione. Abolita anche la quarantena per i contatti dei positivi. Non invece l’isolamento (che spetta a chi è certo di essere stato contagiato da Sars-CoV-2), passato però da 7 a 5 giorni.

Misure di buon senso e in linea con l’attuale scenario epidemiologico, almeno in Italia. Il gradimento di bambini, adolescenti e genitori non ha tardato a manifestarsi. Va però detto che la riduzione dell’uso delle mascherine a scuola – in una popolazione non vaccinata (0-5 anni) o comunque poco protetta (5-11 anni, 35% di adesione alla prima o alla seconda dose), a differenza invece di quanto si registra tra gli adolescenti (oltre 8 su 10 hanno completato il ciclo primario) – è “un esperimento, i cui risultati potranno essere misurati tra venti giorni”, come precisato da Massimo Ciccozzi, epidemiologo del Campus Bio-Medico di Roma, in unintervista rilasciata pochi giorni fa all’Adnkronos Salute. Soltanto l’andamento dei contagi potrà dare infatti una prima stima dell’impatto di questa misura sui numeri della pandemia. Al momento si può soltanto osservare quanto accaduto nei Paesi in cui il ritorno tra i banchi – in Italia è stata abolita la distanza minima di un metro e potranno tornare a vedersi anche i banchi uniti – è avvenuto con diverse settimane di anticipo. Tra questi, gli Stati Uniti e il Canada, in cui nelle ultime settimane la curva dei contagi ha ripreso ad assumere un trend di crescita.

Un aspetto, quest’ultimo, di cui occorrerà eventualmente tenere conto. Se è vero che dopo due anni e mezzo possiamo dire che l’infezione da Sars-CoV-2 soltanto di rado (e quasi sempre in bambini già vulnerabili) evolve in forme gravi di malattia, rimane da definire quello che potrebbe essere l’impatto del Long-Covid sulla popolazione pediatrica. Ovvero di quella serie di sintomi e manifestazioni cliniche a carico di diversi organi lasciati in eredità – non sappiamo per quanto tempo – dal coronavirus. Le stime finora raccolte – anche dalla Società Italiana di Pediatria – sono piuttosto contenute. Ma è ancora presto per trarre conclusioni definitive. L’aspetto più delicato, a ogni modo, riguarda i contatti fragili degli studenti. Genitori e nonni che, sebbene vaccinati, continuano a tenere molto strette le maglie della prevenzione per evitare il contagio in ragione delle proprie condizioni di salute. E che dovranno essere ancora più attenti in un periodo in cui a circolare è la contagiosissima variante Omicron. Difficile dire quanti siano. Ma di certo non pochi, considerando l’ampia gamma di problematiche in grado di rendere uomini (soprattutto) e donne più vulnerabili al cospetto di Covid-19.

Di certo, per ridurre l’uso delle mascherine tra i più piccoli, si sarebbe potuto fare di più. Da anni, ormai, gli esperti rimarcano l’importanza di un’adeguata ventilazione negli ambienti chiusi per ridurre il rischio di contagio da Sars-CoV-2. Eppure sono pochissime le scuole in Italia ad aver installato impianti di purificazione dell’aria. Si continuerà dunque a puntare sull’apertura delle finestre, che come sappiamo (e come abbiamo visto negli ultimi due anni) non può essere però garantita in maniera continuativa durante i mesi più rigidi. Un aspetto che emergerà con ogni probabilità ancora di più nelle prossime settimane, considerando lo sforzo a cui l’intero Paese sarà chiamato per razionare i consumi energetici. Chi si potrà permettere, a quel punto, di mantenere i termosifoni accesi con le finestre aperte? Delle due, l’una: fare di tutto per proteggere i bambini dal Covid-19 (e dalla didattica a distanza) o consumare meno energia possibile. L’attualità pone in vantaggio quest’ultima esigenza. Ma guai a sottovalutare la pandemia. Con buona pace dei piccoli e delle loro famiglie.

Per saperne di più:

Covid-19: le indicazioni per il ritorno a scuola – Istituto Superiore di Sanità

Covid-19: l’andamento della campagna vaccinale in Italia – Presidenza del Consiglio dei Ministri

Long-Covid nei bambini: i sintomi a cui prestare attenzione – Società Italiana di Pediatria

Long-COVID in children and adolescents: a systematic review and meta-analyses – Scientific Reports

Chi rischia di più ammalandosi di Covid-19? – Fondazione Umberto Veronesi

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